Panino Italiano Magazine

Piccola (e doverosa) ode ai paninari

Il panino a 360 gradi by Marianna Tognini 11/12/2018

«Crastissimo!». Se non avete la più pallida idea di che cosa significhi questa esclamazione, o siete troppo giovani, o avete la memoria troppo corta. In entrambi i casi, val la pena fare un salto indietro nel tempo e ricordare quella tribù metropolitana crastissima, per l’appunto, che ha elevato il ‘sacro panino’ a un vero e proprio culto.

Milano, inizio anni ’80, piazza Liberty. Di fronte al bar Al Panino è tutto un pullulare di ragazzi e ragazze che vestono una sorta di ‘divisa’ fatta di scarpe Timberland e Superga; jeans Levi’s 501; felpe Best Company; zainetti Naj Oleari; cinture El Charro; camicie a scacchi; piumini Colmar e Moncler. «Come gli hipster odierni», puntualizzerebbe l’osservatore più attento, e non a torto. Certo, i valori erano diversi – andateglielo a dire, a un hipster, che lo scopo della vita è «funzionare, dimostrare di valere, avere un corpo e un’immagine perfetta, essere alla moda, fare carriera» – ma senza i paninari, molto di ciò che compriamo, mangiamo (e a volte detestiamo) oggi non esisterebbe.

Dopo un ventennio – gli anni ’60 e ’70 – di attivismo politico, gli anni ’80 diventano in men che non si dica il simbolo di ciò che passerà alla storia come ‘edonismo reaganiano’, un’ondata di riflusso e disimpegno che rigetta ogni forma di fervore sociale, in cui ci si gode la vita a cuor leggero, tenendo da parte ansie e preoccupazioni, e ci si conforma ai modelli del cinema statunitense nonché all’estetica veicolata dalle televisioni commerciali.

Sono gli anni di Drive In; della rivista Il Paninaro, con una tiratura che raggiunse le 100.000 copie mensili; dei Duran Duran; degli Spandau Ballet; delle discoteche pomeridiane; della ripresa economica e del benessere; dello yuppismo e delle chiome cotonate con quintali di lacca. Il buco dell’ozono ringrazia, ma questa è un’altra storia.

È ai paninari che dobbiamo il successo del cibo, hamburger in primis, consumato presso alcune catene fast food: a Roma, l'apertura del primo McDonald’s, nel 1986 in Piazza di Spagna, fu uno degli eventi clou della stagione, che i galli dell’epoca ancora ricordano. A Milano, la maggior parte delle varie compagnie si ritrovava sia nei normali bar sparsi in tutta la città, che presso il Burghy di Piazza San Babila e di Corso Vittorio Emanuele, poi ancora da Wendy’s e da King Burger (da non confondere con Burger King, arrivato in Italia nel 1999).

Cosa facevano? Beh, per di più ciondolavano di paninoteca in paninoteca, con un bel po’ di puzza sotto il naso: figli della borghesia medio-alta, i paninari in generale rifiutavano contatti con altri giovani di diversa estrazione sociale, e in un certo senso hanno anche contribuito a sedimentare lo stereotipo della ‘bella scema’, la squinzia. La squinzia era nientemeno che la controparte femminile del gallo (o paninaro maschio); secondo i dizionari è definibile come una ragazza smorfiosa, poco intelligente, civettuola, spesso patita di moda. O, per dirla con le parole di Lina Sotis: «[la squinzia è ] la categoria femminile più diffusa del momento. Hanno tutte un imprinting, quello televisivo degli show della seconda serata, vestiti, toni di voce, lunghezze, cortezze e tacco a spillo: nella squinzia tutto, tranne il cervello, è esagerato. La squinzia è quella che vorrebbe beccare di più e becca di meno, è l'eterna tacchinata e mai presa».

Vista da qui, la sottocultura paninara potrebbe sembrare il trionfo dell’effimero – e in parte lo è, sia chiaro – eppure sono stati gallisquinziea regalarci perle come il film Sposerò Simon Le Bon, il singolo Paninaro dei Pet Shop Boys, il videogioco per Commodore 64 Il paninaro, l’emittente televisiva Videomusic, il programma DeeJay Television, e a decretare la glorificazione del panino in quanto cibo democratico, veloce, che un po’ sa (ancora) di America. 

Non è questa la sede adatta a fare del revisionismo storico, ma se non ci fossero stati i paninari e l’esaltazione dell’eccesso di matrice anni ’80 non sarebbe nato il grunge, il minimalismo letterario che poi ha contagiato le passerelle, la musica autoprodotta, le fanzine, il cinema indipendente e, forse, l’hamburger gourmet.

In un costante tira e molla di corsi e ricorsi, per dirla con le parole del buon Giambattista Vico, i paninari hanno probabilmente insegnato alla generazione successiva a non dare nulla per scontato e a non perdere mai contatto con la realtà politica, sociale e culturale non soltanto del proprio Paese, bensì del mondo. Pena – ok, l’azzardiamo – il vuoto.

In fin dei conti non si tratta nemmeno di una lezione da buttare, anzi: magari è pure arrivato il momento di rispolverarla senza boria o supponenza, rigorosamente davanti a un panino, tra un morso e l’altro.

Marianna Tognini

Marianna Tognini

Milanese d'adozione, viaggerebbe tutto il tempo senza fissa dimora. Voleva diventare una rockstar, poi ha letto Carver e s'è innamorata della «punteggiatura nei posti giusti». Adora le gonne a vita alta, la Coca Cola Zero con ghiaccio e limone, il pistacchio in ogni sua declinazione. Crede nel potere taumaturgico del cinema e dei toast fatti come dio comanda.

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