Panino Italiano Magazine

Panino libero

Paninosofia by Alberto Capatti 27/06/2017

Lo chiamano “panino libero” il rifiuto, da parte di genitori e bambini, della mensa scolastica. Un tempo c’era il cestello, portato da casa, ma il catering l’aveva cancellato con un servizio quotidiano, locali assegnati, maestre presenti, intolleranze previste. Perché libero? Anzitutto è confezionato a casa, quindi risponde ad una scelta familiare, e non istituzionale, e contraddistingue il giovane consumatore. Il panino, per bimbi ed adulti, è libertà: dal pranzo a tavola, da forchette e cucchiai, dall’orario, dai ruoli familiari e non, da un sistema alimentare impositivo. Quindi la protesta, in scuole di Genova e di Torino, è politica, oltre che gastronomica, e accende un dibattito fra interlocutori ognuno con la propria identità: i sindacalisti ricordano la mensa come conquista sociale, il personale direttivo scolastico valuta i rischi della liberalizzazione, guardando alle ASL e alle proprie responsabilità nella distribuzione dei pasti, le famiglie ondeggiano fra un servizio garantito, pagato ma scaricabile nel 730, e una rivendicazione del proprio ruolo nutritivo, ovunque.

All’Accademia del Panino Italiano, si penserà, fanno festa per il rovesciamento delle posizioni e per quel guizzo di novità che serpeggia fra casa e scuola, ribaltando i luoghi comuni della nutrizione. Ma attenti, una mensa scolastica che mettesse di fronte al bimbo un panino, sostituirebbe un catering con un altro, e, criticata, rifiutata renderebbe la lista della spesa al supermercato più monotona. Le famiglie sono veramente capaci di gestire l’alternativa? Acquisto del pane fresco prima dell’entrata a scuola, confezione (concordata) con varianti settimanali, abbinamento con frutta, senza uso sconsiderato di barrette… Non potrebbe nascere il rischio di creare il panino catering? E le eccellenze del Panino Italiano verranno mai evocate in quel momento di consumo così regolare e ripetitivo?

Cerchiamo una risposta. È utile ripensare proprio quella che è diventata la mensa a scuola. Da settant’anni, dal Patronato Scolastico e il suo aiuto ai bimbi poveri e fuori sede (quelli ricchi, delle elementari, tornavano a casa) o dalla pausa in classe alle 10,30 durante la quale ognuno era libero di mordere quello che si era portato, mentre il maestro o un allievo leggevano ad alta voce, si è giunti, passando per le cuoche dell’istituto scolastico, a quella distribuzione commerciale che oggi è contestata da panino libero. Ma il cibo a scuola, è mai stato materia d’insegnamento? Nutrire senza educare è assurdo, e ripartire dall’educazione alimentare è indispensabile, tanto più che è un terreno d’esercizio sempre più caro agli adulti. Ovviamente concerne tutto, il pane e la lingua e il corpo, e domanda investimenti culturali e finanziari notevoli. Immaginiamo una scuola quale preveda le diverse forme di approvvigionamento, cucina e servizio, tranne ovviamente quelle gestite dalla famiglia, ed insegni alimenti, assaggi, manualità, valori, alternando programmi ed esperienze. Il panino non sarebbe uno strumento di contestazione, ma, ancor più libero, un oggetto di studio e di piacere, introdotto per capire meglio consumi e società. Un’idea da accademici? No una via nuova, da tentare con i giovanissimi, educando anche le maestre. 

Alberto Capatti

Alberto Capatti

Ha diretto la rivista La Gola e il mensile Slow di Slow Food. Ha scritto libri e saggi di storia della cucina francese e italiana ed è stato il primo Rettore dell'Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo.Gli abbiamo proposto la presidenza dell'Advisory Board perché ama valorizzare i patrimoni potenziali, rendendoli beni comuni e fruibili da tutti, sotto l'egida di una ricerca instancabile della verità e della trasparenza.

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