Panino Italiano Magazine

Il pane dei panini

Paninosofia by Fabio Zago 27/03/2017

A Putifigari, dove vivo, piccolo e grazioso paese di 700 abitanti, posto sulle colline dell’entroterra di Alghero, in Sardegna, alle 6 del mattino, tutti i giorni, escluse le domeniche e poche sparute festività irrinunciabili, si spande nell’aria e ci avvolge, il profumo del pane cotto nel forno di paese.

E’ un profumo pieno di storia, di vita, di forza. E’ commovente.

E’ un profumo che tutti dovrebbero conoscere; come un suono di campane, un canto di gallo, l’erba tagliata, la terra bagnata, il gelsomino e il rosmarino, il mare, l’uva, il mosto, la cantina e il vino, la torta di mele, l’arrosto, il caffè, la salsa di pomodoro.

Noi siamo questo. Oppure sto invecchiando e rimbambendo; vagheggio, mai verbo fu più desueto e anche desueto non è uno scherzo, di un mondo che non c’è più?

Nel Seicento proto illuminista, in particolare nel Nord Europa, protestante e dinamico, era abitudine comune dipingere i mercati, i prodotti, il lavoro, che erano indici di ricchezza e prosperità.

Nel 1681, Job Berckheyde, famoso pittore olandese, dipinge Il fornaio, conservato a Worcester, Art Museum.

Il fornaio suona il corno per avvertire i clienti che una nuova infornata di pane è pronta, per richiamare la loro attenzione. 

Le semplici pagnotte, base dell’alimentazione, rappresentano un segno di Provvidenza divina.

Il pane lavorato rappresenta simbolicamente la vita umana con le sue tribolazioni e difficoltà.

La vita umana è l’insieme del volere divino e delle azioni dell’uomo?

Il dipinto è molto bello, tutto costruito sui colori del pane!

        

 

Fabio Zago

Fabio Zago

Fabio Zago, docente dell’Accademia Gualtiero Marchesi, presta la sua consulenza gastronomica per riviste di settore e per numerose aziende agroalimentari.
E’ autore di testi scolastici adottati in diversi Istituti Alberghieri italiani e di numerosi libri di cucina per il grande pubblico.
Già durante gli anni di formazione all’Istituto Alberghiero ha iniziato a viaggiare per il mondo alla scoperta di realtà gastronomiche e culturali diverse dalla sua. Gli Stati Uniti, Londra e Parigi sono state le tappe fondamentali della sua crescita e gli hanno lasciato un’ impronta cosmopolita, ma al contempo hanno radicato in lui la convinzione che quella mediterranea è la miglior cucina possibile.
Dice di sé, parafrasando una celebre canzone di De Andrè: “Amo pensare che dove finiscono le mie mani debbano in qualche modo iniziare i miei ravioli di patate e foie gras”.

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