Panino Italiano Magazine

Pane, amore e… Mamadou

Interviste by Chiara Corona 04/12/2020

Volontà, impegno, passione: questi gli ingredienti della storia di Mamadou, una storia di coraggio, riscatto, amore per il cibo, per la cucina italiana, ma soprattutto per l’insostituibile co-protagonista del nostro amato panino italiano: il pane 


A cura di Chiara Corona 


Mamadou, ecco il protagonista del nostro racconto: giovane ragazzo dal cuore d’oro, innamorato della sua Guinea, fiero Pular, rispettoso quindi della religione e del suo principio “mangia ciò che hai fatto con le tue mani”, insomma, nato per cucinare. Tra una partita di calcio e il banco di scuola, il piccolo Mamadou alternava infatti il piacere di aiutare la stanca mamma nel luogo a lui, piccolo e maschio, culturalmente vietato: la cucina. Una cucina, quella, un tempo piena di gioia, compagnia, ma in cui ben presto, insieme ai sapori, ai profumi e ai sorrisi, svanirono anche le persone. 

Ed è così che il nostro giovane protagonista inizia il suo lungo viaggio: prima con i suoi fratelli presso la casa della zia, in Gambia, paese nuovo e troppo diverso da quello in cui era nato e in cui voleva tornare, e dopo, verso una nuova meta a lui inizialmente sconosciuta e scelta per lui dallo zio e dal destino: l’Italia. Così, con coraggio, l’impaurito diciassettenne Mamadou accetta e affronta l’inaspettato viaggio, un viaggio in cui speranza e paura camminavano a braccetto, in cui alla severità del deserto, agli spari, all’essere non più persona, ma oggetto, contrapponeva la luce di una speranza, di una vita migliore, in un Paese di possibilità

Per raggiungerlo, tre step: Libia, barca, mare, un mare tempestoso. “Solo a Mezzanotte si calmò, era l’ora di far salire le persone nella barca”- racconta Mamadou- “una sola per 30 persone, attesa da più di 500 e su cui salirono solo 150, prima donne e bambini, noi ragazzi più piccoli e mai molti degli adulti paganti” tra cui suo zio. Un battito di ciglia e il nostro protagonista si trovò solo, al buio, in una barca, che alle 6:00 del mattino, senza più benzina, sarebbe affondata senza l’intervento di un’imponente, prodigiosa, inaspettata imbarcazione dei MSF. Direzione? Crotone. 


Ecco quindi la prima tappa italiana del nostro Mamadou, poi Bologna e Ferrara, città natale di incontri speciali, dei suoi primi buongiorno e buonasera e delle sue diciotto candeline. 18 anni, nuove responsabilità, tante scelte, per Mamadou quella tra le sue più grandi aspirazioni: calciatore o chef? Questo è il dilemma! Qualcuno avrebbe detto, ma non il nostro protagonista, che per la sua vita professionale ha scelto di abbracciare l’unica ed eterna arte del cucinare, in quel paese che lo aveva accolto e salvato e per cui voleva fare e dimostrare qualcosa: l’Italia. Ma dove? Non a Bologna, non a Ferrara, ma nell’accogliente, marittima Cagliari, o come la chiama oggi Mamadou: “Casteddu”. 

Ed è proprio nella capitale della pizzetta sfoglia che in soli due mesi il nostro sognatore inizia a frequentare la scuola, impara l’italiano, ottiene il permesso di soggiorno e il suo primo lavoro, mediatore culturale per sei mesi e con esso i primi risparmi per il primo gradino verso il suo sogno: il centro Europeo di Formazione di Antonino Cannavacciuolo. Tanto impegno, tanta emozione, tanta teoria, ma poca pratica: e cosa sarebbe la cucina senza esperienza? Domanda questa ben conosciuta dall’insegnante d’italiano del centro di accoglienza del ragazzo, a cui offre non più solo l’esperienza sui libri, ma bensì sui fornelli del piccolo locale cagliaritano dal nome digitale, ma dal cuore umano: l’innovativo “Cucina.eat”. 

Un tirocinio di sei mesi e un inizio umile per il nostro Mamadou, come infatti lui stesso ci svela: “Non conoscevo nulla della cucina italiana, ma avevo tanta voglia, disponibilità a imparare”. Ad accompagnarlo in questo viaggio due compagni di avventura: Mauro Ladu e Francesco Vitale, due cuochi, due maestri, ma soprattutto due amici. “Dalle 10:00 alle 00:00 lavoravamo insieme da “Cucina.eat”, poi biliardo fino all’una, due di notte, colazione insieme e alle 9:00 di nuovo tutti in cucina”, racconta Mamadou, entusiasta di quella quotidianità, di quella famiglia che gli ha dato il coraggio di affrontare la sua nuova vita, l’opportunità di conoscere la cucina italiana e quello che sarebbe ben presto diventato il suo più grande amore: il pane. Non parliamo di un pane qualsiasi, ma impastato a mano, come quello della sua mamma in Guinea, tanto voluto da Francesco a “Cucina.eat” e finalmente arrivato con il suo nuovo fratellino: “Panino.eat”.