Panino Italiano Magazine

Ok l'hamburger è giusto: siamo colpevoli di american sounding?

Paninosofia by Andrea W. Castellanza 21/12/2018

Prima o poi doveva succedere: dopo anni in cui abbiamo combattuto meritoriamente nel mondo l’italian sounding, il finto cibo italiano sugli scaffali di mezzo mondo, ecco arrivato il contrappasso, la vendetta che non ci aspettavamo: l’american sounding nelle cucine di casa nostra. Il caro vecchio hamburger, il panino più conosciuto e diffuso del mondo, universalmente riconosciuto come un simbolo tipico della cucina a stelle e strisce, in terra italica si trasforma: la sincera polpetta di carne bovina del Michigan si muta da noi in trita di prima scelta di Fassona, il fosforescente cheddar (che per la verità ha origini e produzioni britanniche), lascia spazio a montasio e mozzarelle, il mollicoso burger bun si rinnova come croccante ciabatta. Il sacrilegio è servito: Donald Trump ha pronto forse un minaccioso tweet per noi, falsificatori di americanità? Anche la più famosa catena di hamburger del mondo punta oggi ad una comunicazione italocentrica, dove il panino più commerciale viene descritto come un alimento gourmet con ingredienti rigorosamente IGP, per la gioia dei nuovi hipster chic del cibo, che mai altrimenti sopporterebbero un Big Mac. Al di là dalle grandi catene di fast food ogni ristorante dove si servono hamburger, più o meno impiattati, in fondo punta ad un italian sounding al contrario, dove la qualità, o per lo meno la provenienza delle materie prime, esprime una eccellenza e una geolocalizzazione il meno americana possibile, in una cornice però dove abbondano i Buffalo Bill nelle foto alle pareti.

Bisogna per la verità sfatare, sin dalla radice, la leggenda della tipicità statunitense nativa dell’hamburger, che, ça va sans dire, prende il suo nome dalle polpette di carne trita che i marinai tedeschi dell’ottocento importavano in America come carne all’amburghese e che, come primi fast food ante litteram, si diffusero nei porti della Est Coast ben oltre la seconda metà del 1800. Nemmeno il più americano dei cibi è americano, quindi, così come, d’altra parte, l’italianissimo pomodoro, protagonista di pizza e pasta, inesistente in Europa prima di Colombo, venne utilizzato da noi solo ad ottocento inoltrato. 

Tornando all’hamburger, ricordiamo come in molte zone del Nord Italia lo si chiami ancora “svizzera” forse per sottolinearne l’origine germanica o forse per non farsi mancare anche un po’ di “swiss sounding”. Come molte volte succede in campo enogastronomico, le tradizioni si incrociano, le convinzioni si indeboliscono, le origini si ibridizzano, alla faccia dei sacerdoti del Chilometro Zero; forse un giorno, per vendetta o per ragione, qualche oscuro produttore di pizza all’ananas o qualche chef esperto preparatore di “Spaguetti Alfredo”, potrà renderci la pariglia contestandoci in tribunale l’originalità di un succulento hamburger di Chianina con ottimo Gorgonzola consumato in un diner della provincia padana; la salsa rubra al posto del ketchup vien da sé. Nessuno si offenda, l’unica cosa importante, in fondo, è che la qualità degli ingredienti sia alta. E poi chi la fa l’aspetti, anzi l’aspetty!

Andrea W. Castellanza

Andrea W. Castellanza

Il gusto è il Paradiso preparato dall’Inferno degli altri sensi”
Orgogliosamente aggrappato al concetto di “Gusto dell’artista” non è ancora “Artista del Gusto” nonostante l’inveterata passione per la gastronomia dietro e davanti ai fornelli. Regista, scrittore ed esperto di comunicazione si definisce visual dreamer, perché il cinema, la letteratura, il racconto sono fatti della impalpabile materia di cui sono fatti i sogni ed il Buon Gusto. La passione per i viaggi, che condivide con una moglie splendida compagna di avventure, lo porta ad un convulso desiderio di assaggio delle culture altrui, anche quando si tratta di alimenti decisamente alternativi che sperimenta con pervicacia autolesionista

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