Panino Italiano Magazine

Il panino "americano"

Paninosofia by Fabio Zago 15/12/2017

Era enorme, non scherzo.

Servito con tre salse e una montagna di patate fritte.

Occupava l'intero spazio del tavolo.

Non potevo guardare in faccia la persona che mi stava di fronte

Non si poteva chiudere, come immaginiamo debba essere un panino. Non era più un panino.

Tra due dischi volanti di pane, c'era un burger che secondo me era stato ricavato da un intero bue.

Le foglie di insalata erano scafi di navi, la fetta di pomodoro era una ruota di camion; la cipolla debordava e il formaggio fuso colava come la lava di un vulcano.

Addentarlo era impossibile; afferrarlo era impossibile.

Bisognava usare le posate, riducendolo a pezzi per poi cercare di ricomporlo in modo da assaggiare contemporaneamente il pane, la carne, il formaggio, le verdure e le salse insieme. Impresa impossibile.

Ma soprattutto, non era un panino.

Era una sfida epica. Riuscire a finirlo.

Senza che si raffreddasse troppo, senza paura di ingolfarsi, di scoppiare.

D'altra parte funziona cos' da quelle parti; la sfida a chi lo faceva più grosso, con tanta carne dentro, sempre di più, sempre di più.

Una roba all'americana appunto. Di un'America epica e rurale, affamata e grande (anche se,in verità, ero a New York).  

Ma alla fine riuscii a terminarlo, perché la mia cultura cattolica e ossessiva mi impedisce di sprecare il cibo.

Da quel giorno ho capito che, quando sei negli Stati Uniti d'America, se si tratta di cibo, "small size" e la prima cosa che devi imparare a dire.

Fabio Zago

Fabio Zago

Fabio Zago, docente dell’Accademia Gualtiero Marchesi, presta la sua consulenza gastronomica per riviste di settore e per numerose aziende agroalimentari.
E’ autore di testi scolastici adottati in diversi Istituti Alberghieri italiani e di numerosi libri di cucina per il grande pubblico.
Già durante gli anni di formazione all’Istituto Alberghiero ha iniziato a viaggiare per il mondo alla scoperta di realtà gastronomiche e culturali diverse dalla sua. Gli Stati Uniti, Londra e Parigi sono state le tappe fondamentali della sua crescita e gli hanno lasciato un’ impronta cosmopolita, ma al contempo hanno radicato in lui la convinzione che quella mediterranea è la miglior cucina possibile.
Dice di sé, parafrasando una celebre canzone di De Andrè: “Amo pensare che dove finiscono le mie mani debbano in qualche modo iniziare i miei ravioli di patate e foie gras”.

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