Panino Italiano Magazine

Il Mondo di Scemo

Il panino a 360 gradi by Olga Orlandi 16/03/2019

D'altronde, le parolacce, fanno un sacco ridere i bambini. E così, quella vecchia lenza di Martino s’era inventato Scemo, sua moglie Cretina e una figliolanza assortita, tanto per dire altre parolacce; questo per passare il tempo nelle torride estati maremmane, quando non si andava a scotennarci di raggi UVA sulla spiaggia di Frigidaire: uno stabilimento balneare con un nome del genere e ti stupisci che ti si arrostiscono i bambini! E’ ovvio che uno, al Frigidaire, la protezione solare non se la mette!

Dunque... “Scemo!” -risate-.

Dicevo... “Scemo!” -sghignazzi-.

Insomma... “Scemo!” -sganasciamento e contorsioni- .

In quei pomeriggi profumati di alloro e rosmarino come una teglia di patate al forno, mentre mutavamo la pelle come cicale, ci piaceva moltissimo issarci su La Grande Quercia arrancando con i sandali di plastica con l’incrocio a cestino sulla punta, fino ad incunearci nelle biforcazioni più scomode. Timbrandoci le chiappe con la corteccia sugherosa, stavamo così a binocolare il litorale tremolante di caldo, dalla ciminiera di Montalto al promontorio di Ansedonia, vigili, per dare l’allerta incendi al primo pennacchio di fumo. Siccome però non eravamo mai così fortunati da poter dare l’ordine di decollo ai canader, allora c’era da far passare le ore, tant’è che l’immaginifico Mart, si era inventato il Mondo di Scemo.

“SCE-MO-SCE-MO-SCE-MO!” -gran pugni sulle coscie, smascellando dal ridere-.

Or dunque... il Mondo di Scemo sta tutto accomodato, come una geografia junk-dantesca, tra i due giganteschi dischi di uno smisurato burger buns: sotto una fetta piatta e sopra un soffice cielo trapunto di sesamo. Le terre emerse su cui Scemo e famiglia gironzolano svagati, con grandi tovaglioli a quadrettoni legati al collo, sono, come si addice ad un mega impaninamento, una distesa di farciture dolci e salate senza soluzione di continuità.

Ovviamente mi appresto a elencare ogni paesaggio di questa imbottitura colossale, ma devo ancora premettere che, ai tempi, eravamo in quell’età beata che se ne infischia della linea e dei super food, mentre assesta i suoi gusti dell’orrido in un limbo irradiato dalla luce riflessa degli appetiti dei genitori -salvo rifiutare passati di verdura e barbabietole- e rimbombante di voglio-voglio-voglio quelle bontà da sballo che si vedevano nelle immagini che hanno solo uno scopo illustrativo.

Tutti dietro a me come germani che migrano! Distribuitevi a V e avvistate quello che il Mondo di Scemo disvela ai vostri occhi ormai tutti per il biologico, organico, veg, gourmet, doc e dop e altri acronimi seriosi da etichetta narrante.

Si dilegua la cortina di nuvolaglia filata ed ecco il primo miraggio fumante: dune del deserto di Purè Pfanni, rinvenuto nel latte, impastoiato di fecola, appena pepato e noce moscato, e poco più oltre, altre montagnole rosate di Spuntì al prosciutto; le consistenze cedevoli si compattano un po’ di più e s’increspano in un appennino-semolino, imbrunito d’estratto di carne, e in certe colline di polenta conce di formaggio fuso.

Da un lato, il promontorio cresce in altezza e dolcezza e si fa a pandori spolverati di zucchero a velo vanigliato e dunque pre-alpi di meringhe, mentre, dall’altro, declina in un falso piano di spuma di tonno: la vellutata tonnata si appoggia su una fossa tettonica croccantissima di schiacciatine che si ammassa a sua volta su un terreno friabile di pasta sfoglia, che s’immerge in un ripieno di spinaci pasticciati di grana e mozzarella, poi sempre meno spinaci, sempre più formaggio, sempre più filante ed è così un bassopiano di pizza margherita, würstel e patatine; e poi solo patatine: patatine a fiammifero a perdita d’occhio. Le patatine perdono il predominio ma prosegue il promontorio fritto: crocchette, anelli di cipolla, fiori di zucca, chicken doré, fettine di mela, amaretti e cremini, tortelli, chiacchiere e bomboloni della pastaia di Capalbio Scalo. Tutto intorno alle specialità salate uno Stige di ingredienti speciali: salsa rubra, barbecue, verde, cocktail, e maionese... una piena straripante di maionese guizzante di gamberetti -fritti anche loro- che fanno capolino e si rituffano tra i flutti a lunga conservazione; a circondare le frittelle dolci c’è invece un fossato profondissimo di Crema alla Vaniglia della Centrale del Latte e salsa mou.

Un cabaret inusitato regge un intero subcontinente di appezzamenti di pasticcini: bignè con la glassa di tutti i colori, bon bon pralinati come il naso della Mimmi, cannoncini, tartufi fondenti, fiamme... e tutta la pasticceria si rimpasta e si divide in palle, palette, palline sempre più piccole fino a che non sono che struffoli: una prateria di piccoli bitorzoli dorati, tutta lucida di miele e iridescente di codette di zucchero e perline confettate. 

Impressionante la Palude di Guastappetito in cui si mischiano Fonzies e Galatine, orsetti gommosi, cocacoline e Cipster, rotelle di liquirizia e nuvole di gambero, popcorn e Frollis, arachidi tostate e Ciocorì, barrette Kinder e vol au vent, pizzette, grissini torinesi... e in tutte le anse tra un ammasso di schiefezze e l’altro, s’insinuano sabbie mobili di Haagen Dazs gusto macadamia nut brittle, cookies & cream, cream & pralines, dulce de lece, caramel biscuit.

Superate le terre selvagge, infine, è la civiltà! L’urbe! La megalopoli. Più ti avvicini a passo d’ambio, meglio si distinguono le linee dello Sky Line: modernissimo per allora, firmato dal collettivo creativo dei progettisti di sorpresine. Scorrendo con lo sguardo ingordo il fronte imponente della Capitale, puoi indicare il Distretto Merendero, il Quartiere Panettiere, il centro storico, quello sorto dopo il boom, le enclave multietniche, il Bar Block, le periferie rosticcerie.

Solo per citare qualche edibil-ficio e altro da non perdere in ordine sparso: le architetture più notevoli sono Soldino, Tegolino, Yo-Yo, Rollino e Girella, le torri di pizza bianca e rossa, di focacce rotonde della Signora Maria, di gaufre, di parmigiana e di lasagne (queste ultime due disegnate e infornate da Gianni dei Fritti), i navigli di uovo fresco della Dirce sbattuto con lo zucchero, le case minime di pane e burro e pasta d’acciughe e di fette di toast anche loro imburrate ma intonacate di Eridania, le costruzioni di biscotti Baiocchi, Grisby, Galletti, Rigoli, lingue di gatto, Paste di Meliga, torcetti di Saint Vincent, alfajores, baci di dama, ventagli, wafer, Ringo, Tarallucci e Pan di Stelle, savoiardi e Plasmon frolle della signora Gabriella, Macine e Digestive, canestrelli, Bucaneve, Krumiri... prefabbricati confezionati Nesquik, in brik di succo Billy (con la cannuccia per camino),  ciminiere di panna spray, di termos di te freddo, di Pomì in tetrapak, di vasetti di pesto; antenne e pennacchi di sfoglie intorcinate e Micado; tetti di tegole valdostane, salatini assortiti, brigidini all’anic... E’PRONTOOOOOOOOOO!

CAPPERI! E’ GIÀ PRONTO! CIAO SCEMO! CIAO CRETINA! GIÙ DI QUA! Su per la proda annaspando per i formiconi, con un brivido di strizza che sta diventando buio, dritti verso il tavolo di pietra sotto il pergolato...

FERMI LA’! LE MANI!

 

GLOSSARIO DEL LESSICO FAMILIARE

Familiare, senza “gl”, perché non si tratta solo di riferimenti noti ai miei parenti, e nemmeno esclusivamente di citazioni personali, ma per lo più di neologismi o allusioni che si sono mantecati nell’immaginario di un gruppetto di amici di lunga data e dei loro bambini cresciuti e ingrassati insieme!

 

Vecchia lenza

un modo di apostrofare che trovo irresistibile e di cui abuso da quando ho letto Il Grande Gezby. Il magnifico, comico e tragico romanzo di Fitzgerald ovviamente, non quel filmaccio autocelebrativo, tutto costumi vintage milionari e interni di lusso in cui si dilegua la genialità e l’amarezza della scrittura di Francis Scott. E se proprio non volete leggerlo, ascoltate l’audiolibro recitato da Rolando Ravello che trovate tra i podcast di Ad Alta Voce di Radio 3.

 

Cicale

la similitudine tra bambini scottati e cicale in muta è piuttosto banale ma, intanto è calzante, e poi è un avvenimento che celebravamo ogni fine estate, facendo una passeggiata nella secolare, incantata, Pineta della Feniglia che ombreggia uno dei bracci esterni della laguna di Orbetello: staccavamo dalle cortecce dei pini marittimi le guaine vuote degli insettoni e ce le appuntavamo sulle canottiere come decorazioni al valore -più o meno- civile (anche da piccoli, mai abbiamo buttato sul selciato solo un coriandolo).

 

 

La Grande Quercia

scritto maiuscolo perché non solo descrive la dimensione e il nome botanico dell’albero delle nostre chiacchiere rampanti, ma anche perché è così che si chiamava la tetra e intricata dimora del Vecchio Gufo di Brisby e il Segreto del Nimh: un lungometraggio animato da disegni strepitosi e vicende straordinarie di ratti e topi intelligentissimi di cui abbiamo consumato il VHS.

 

Etichetta narrante

d’accordo, qui spoetizzava, ma, se siete adulti, leggete di cosa si tratta sul sito di Slow Food.

 

Spuma di tonno

incredibile ma vero, una ricetta originale della professoressa Ricciardi, nonché mia madre che ha tante specialità, ma non quella della cucina creativa. In effetti, a ripensarci, non è esattamente un piatto molto complicato, però, il nome gourmand e il saporino sfizziosetto lo avevano promosso a ghiottoneria da spazzolare a litri: soffritto, scatoletta di tonno con tutto l’olio della lattina, passata di pomodoro e tutto frullato fino a che si ottiene il preciso il Pantone 1785 C.

 

Chicken Doré

prima di McDonald c’era Burghy, prima dei Chicken McNuggets c’erano i Chicken Dorè: e non provate a dire che erano la stessa cosa!

Scoprite di quando il fast food era autarchico.

 

La pastaia di Capalbio Scalo

non esiste più: era grassissima, affettuosona e aveva una maestria suprema nel dare forma e sapore a pici e bombe-bomboloni!

 

Ingredienti speciali

in primis, o meglio, in condimentis erano ketchup e maiolla, poi tutte le altre salse in confezione squeezable o tubo.

 

Il naso pralinato della Mimmi

così diceva suo papà per via delle lentiggini. Questo signore che venera la lingua, forbitissimo e ricercato nelle parole e nell’eloquio, ha anche tutta una sua appendice di licenze comiche al vocabolario; la mia preferita era e resta quella da sgranare nel latte freddo: i Kellogg’s classici, quelli a petalo giallo polenta per intenderci, erano traslitterati, in fantasia, in Corni Flacchi. Bellissimo no?

 

Schifezze

puntualizzo: schifezze nel senso di delizie viziose. Spesso creano isterici tira e molla tra grandi e piccoli per contrattare una porzione che, in effetti, salva i bambini da cagotti fulminanti ma li frustra in depravazione scatenando, nei casi più estremi, furie puerili che si manifestano con acuti devastanti tipo fischi della pentola a pressione e gradazioni di colore delle guance pari a quelle del nocciolo del sole.

 

Passo d’ambio

nel dressage equestre è quell’andatura artificiosa che fa basculare il cavallo in due tempi e che somiglia molto alla corsetta saltellante dei bambini che si cadenza con un “la la la” canticchiato svagatamente.

 

Focacce rotonde della Signora Maria

storica panettiera del Casoretto, stava con grembiule e ciabatte ergonomiche nella penombra della sua drogheria a distribuire provvigioni essenziali come la michetta, gli spumoni e, appunto, le focacciotte rotonde e stupagos: in milanese, quella caratteristica intrinseca di certi cibi un po’ passatelli che se non vengono ingollati insieme a lunghe sorsate d’acqua, provocano soffocamento e, se anche passano dalla trachea, si arenano nello stomaco in mega boli che assorbono fino all’ultima goccia i succhi gastrici. 

 

Gaufre

guarnite di Nutella, erano l’unica motivazione per arrivare alla fine delle lezioni di sci della sadica école francese e per sopportare il sottile razzismo dei maestri verso i bambini italiani che, ne pas possibile, non capivano la lingua d’Oc e restavano indietro. Poco oltre le piste c’era il trabiccolo dell’ambulante con le doppie piastre e tutta la gamma di sciroppi e creme spalmabili che spandeva un aroma caramelloso e di pastella all’uovo che valeva la pena di inghiottire le lacrime di frustrazione e dimenticarsi, ancora una volta, la moscia, abbietta erre di quei cattivoni! Cugini, cugini: cugini un c**o!

 

Gianni dei Fritti

non so nemmeno se si chiamava davvero così, ma mio papà rincasava certe sere passando da lì e entrava in casa stantuffando nell’aria sbuffi di besciamella e ragù da capogiro: vaschette da spacchettare una ad una in un disordine bisunto e scambiare a giro finché non rimaneva che un’ecatombe d’alluminio.

 

Dirce

è il nome di quella che per decenni è stata l’unica droghiera della minuscola frazione di Derby in Valle D’Aosta dove c’è la casa della montagna della mia famiglia e, per metonimia, anche del negozio. Questo avamposto stagionato dettava legge sull’assortimento dei cestini per le gite ma anche sul primo soccorso, la pulizia domestica, la stampa quotidiana e periodica, l’igiene personale: in pratica un oracolo che sentenziava in patois se quel giorno ti meritavi di nutrirti e non puzzare di boascia o digiunare e restare lercio.

 

Case minime

Renato Pozzetto rispondendo alla domanda “Qual è il suo primo ricordo di Milano?” Su Il Giorno del 28 agosto 2016: “Sono figlio della guerra. La casa dei miei genitori venne bombardata nel ’42 e scappammo a Gemonio, nel Varesotto. Tornammo a Milano dopo sei anni, ricordo le nostre valigie di cartone. Andammo ad abitare vicino piazzale Corvetto, al pian terreno, in un alloggio popolare, quelle che allora venivano chiamate “casa minime”. Dopo qualche anno ci trasferimmo verso piazzale Abbiategrasso. Eravamo poveri, non avevo i soldi neppure per un biglietto del tram...”.

 

Alfajores

amici argentini ce ne portavano confezioni preziosissime quando venivano a trovarci qui e, allora, eravamo tra i pochi privilegiati a conoscerne la doppia o tripla impalcatura di biscotto, la collosa morbidezza del ripieno, e il capriccio della ricopertura di glassa o di cioccolato. Ovviamente le varie declinazioni sono decine, ma il mio amore resta per le due varianti classiche.

 

 

La signora Gabriella

oggi è arcinota la pasticceria milanese Le Dolci Tradizioni, ma quando era un piccolo laboratorio in via Jommelli, esattamente a metà del brevissimo tragitto tra la scuola Montessori e casa, mio nonno e noi sorelline ci compravamo, semplicemente, sacchetti di carta pieni di biscottini della signora Gabriella. Lei salutava “l’ingeniere” e noi nane e poi, con la pinza, acchiappava ferri di cavallo intinti nel cioccolato, crostatine ine ine, biscotti rotondi con un gheriglio di noce incollato sopra con l’uovo, lingue di gatto e frolline, minuscoli cubetti di plum cake di farina di castagne con una nocciola in cima, biscotti a spirale panna e cacao...

Ora lagrimo un po’. D'altronde, i panini, vanno salati.

Olga Orlandi

Olga Orlandi

OERRE per dire Olga Orlandi: per me vale che "hanno tutti ragione" e "basta che funzioni". Dunque accolgo ogni punto di vista e ogni formula magica. E così, qui, non ci metto nessuna ricetta, bendi il mio gusto.
Milano, 1982 e il futuro è imponderabile.

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