Panino Italiano Magazine

I cinque sensi

Paninosofia by Fabio Zago 28/09/2017

Abbiamo discusso a lungo in questi ultimi tempi e concordato che dobbiamo goderci il buon cibo e la buona tavola, il buon vino in modo meno serioso e professionale; un approccio mai troppo intellettuale e critico, non viziato da una sorta di deformazione professionale. Vorrei dire con leggerezza!

Stanchi di discussioni inutili e noiose di chef filosofi!

Vogliamo Guardare la bellezza

                 Odorare i profumi

                 Toccare le consistenze 

                 Gustare i sapori 

                 Ascoltare il rumore del cibo,

con leggerezza “sostenibile”.

Ora pensiamo al pane, simbolo antropologico per eccellenza. Pane e companatico.

Pane come base e poi quello che c’è!

Il profumo del pane appena sfornato, le sue innumerevoli consistenze, dal morbidissimo al compatto, duro.

I diversi sapori che dipendono dalle differenti farine e dai condimenti che si aggiungono all’impasto.

Il rumore croccante del pane spezzato e condiviso.

Ecco i cinque sensi e aggiungo il sesto che è forse l’insieme dei cinque; la capacità di cogliere un’emozione, un’intuizione.

Eccoli allegoricamente raccontati da Jacques Linard, dipinti nel 1638. 

E’ conservato a Strasburgo, Musée des Beaux Arts.

Il tema è frequente nella pittura del Seicento: oltre l’apparente natura morta si cela l’allegoria dei cinque sensi.

La scelta dei soggetti rimanda ad alcuni forti simboli di carattere religioso, come la melagrana o il fico.

Sul piano mistico i cinque sensi rappresentano sia la base della conoscenza, che la strada verso il peccato.

Fabio Zago

Fabio Zago

Fabio Zago, docente dell’Accademia Gualtiero Marchesi, presta la sua consulenza gastronomica per riviste di settore e per numerose aziende agroalimentari.
E’ autore di testi scolastici adottati in diversi Istituti Alberghieri italiani e di numerosi libri di cucina per il grande pubblico.
Già durante gli anni di formazione all’Istituto Alberghiero ha iniziato a viaggiare per il mondo alla scoperta di realtà gastronomiche e culturali diverse dalla sua. Gli Stati Uniti, Londra e Parigi sono state le tappe fondamentali della sua crescita e gli hanno lasciato un’ impronta cosmopolita, ma al contempo hanno radicato in lui la convinzione che quella mediterranea è la miglior cucina possibile.
Dice di sé, parafrasando una celebre canzone di De Andrè: “Amo pensare che dove finiscono le mie mani debbano in qualche modo iniziare i miei ravioli di patate e foie gras”.

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