Panino Italiano Magazine

Gli orari, che pena!

Paninosofia by Alberto Capatti 07/04/2020

Difficile creare imprevisti : mattino, mezzogiorno e la sera, alle sette e mezza precise, si è a tavola, tornati ad orari fissi.



A cura di Alberto Capatti



Come derogare? Di solito lo si faceva mutando il cibo secondo le circostanze, con un’apericena che non finiva più, e poi, a casa, qualche frutto, del formaggio, un resto di pane, oppure, verso l’una di una giornata densa di appuntamenti, un panino o un toast al bar, con la coca. Il lavoro, i rapporti sociali condizionavano, creavano il cibo e l’ora in cui assumerlo, ivi compresa la colazione di lavoro programmata con il signor X. Ora è tutto finito, si è tornati all’infanzia della nonna, o meglio ad orari fissi in cui il cibo occupa un vuoto, l’assenza di altre persone che non la compagna o la famiglia. Dovremmo tirare un sospiro – finalmente ! – eppure tutto è nostalgia, nostalgia di quel panino siciliano, mangiato in dieci minuti in piazza Diaz a Milano, quattro settimane fa. E invece ieri, oggi, domani, il piatto di spaghetti al sugo, anzi concentrato di pomodoro, per tutta la famiglia a tavola, consegnata in casa, messa in condizione di approvigionarsi e di razionare il cibo – non si va a far la spesa, al supermercato tutti i giorni! – e nessuno, questa spaghettata, la considera un privilegio. Anzi, dice la mamma, “sembra di essere in guerra”, con la morte che incombe e i divieti di uscire, con un virus che spara a zero sulle persone anziane e non risparmia i giovani. “Oggi cento, mille morti!”, si legge o si ascolta alla TV, e non si vede la fine, anche se tutto è calmissimo in casa.


A nessuno viene in mente di cambiare gli orari, tranne al mattino quando si può continuare a dormire e la sera quando la noia televisiva anticipa il sonno. Il coronavirus regola i pasti e indirettamente anche il loro contenuto, perché nutrirsi soli non è un divertimento, e anche se il bimbo ha la sua barretta Kinder, non ha i suoi compagni cui esibirla. Rilanciare la cucina di casa, manuale d’Artusi alla mano, è fuori luogo perché sono proprio le cuoche anziane che incarnano la tradizione, a lasciarci le penne, e regna lo sconcerto, mancando un’idea di cucina per le circostanze. Inoltre la primavera condannata ad una muta contemplazione dalla finestra, anticipa un’estate di cui non si sa niente. ”Forse tra un mese tutto è finito!” si racconta l’ottimista, e non pensa a precise date estive, ormai senza vacanze, dopo le quali tutto non ritornerà più come prima…


Alberto Capatti

Alberto Capatti

Ha diretto la rivista La Gola e il mensile Slow di Slow Food. Ha scritto libri e saggi di storia della cucina francese e italiana ed è stato il primo Rettore dell'Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo.Gli abbiamo proposto la presidenza dell'Advisory Board perché ama valorizzare i patrimoni potenziali, rendendoli beni comuni e fruibili da tutti, sotto l'egida di una ricerca instancabile della verità e della trasparenza.

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