Panino Italiano Magazine

Cesto di pane

Paninosofia by Fabio Zago 12/04/2018

"Cesto di pane" è un bellissimo, piccolo dipinto al quale Dalì era molto affezionato, tant'è che lo portava sempre con sé. Se non sapessimo che il quadro è stato dipinto da Dalì lo si potrebbe tranquillamente attribuire ad un pittore classico, tanto si discosta dal suo stile abituale. 

Nel suo periodo "sacro", il pittore riprodusse più volte il pane, come uno dei più potenti simboli della cristianità. La prima versione di questo piccolo dipinto a olio su tavola che misura 31 cm di lato fu realizzata nel 1926.

Nel 1945 l’artista realizzò una seconda versione dell'opera, che venne presentata alla mostra "Recent paintings by Salvador Dalì", svoltasi a New York, dal 20 novembre al 29 dicembre 1945, e su di essa scriveva nel catalogo: 

"Dipinsi questo quadro per due mesi consecutivi, quattro ore al giorno. In questo periodo sono accaduti i più sorprendenti e sensazionali episodi della storia contemporanea. Quest'opera fu completata un giorno prima della fine della guerra. Il pane è stato sempre uno dei soggetti feticisti ed ossessivi più antichi delle mie opere, quello a cui sono rimasto più fedele. Diciannove anni fa dipinsi lo stesso soggetto. Se mettiamo a confronto attentamente le due opere, è possibile studiare tutta la storia della pittura, dal fascino lineare del primitivismo fino all' iper estetismo stereoscopico. Quest'opera tipicamente realista è quella che ha soddisfatto di più la mia immaginazione. Eccovi un dipinto sul quale non si può dire nulla: l'enigma assoluto!" 

La versione del 1926 è conservata a Figueras, Museo Dali, mentre quella del 1945 dovrebbe trovarsi in Florida, collezione privata. 

Fabio Zago

Fabio Zago

Fabio Zago, docente dell’Accademia Gualtiero Marchesi, presta la sua consulenza gastronomica per riviste di settore e per numerose aziende agroalimentari.
E’ autore di testi scolastici adottati in diversi Istituti Alberghieri italiani e di numerosi libri di cucina per il grande pubblico.
Già durante gli anni di formazione all’Istituto Alberghiero ha iniziato a viaggiare per il mondo alla scoperta di realtà gastronomiche e culturali diverse dalla sua. Gli Stati Uniti, Londra e Parigi sono state le tappe fondamentali della sua crescita e gli hanno lasciato un’ impronta cosmopolita, ma al contempo hanno radicato in lui la convinzione che quella mediterranea è la miglior cucina possibile.
Dice di sé, parafrasando una celebre canzone di De Andrè: “Amo pensare che dove finiscono le mie mani debbano in qualche modo iniziare i miei ravioli di patate e foie gras”.

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